Gli 8 consigli che ti aiuteranno a dare il meglio in gara

8 consigli per dare il meglio in gara? Ti sei mai chiesto perché ci sono certe persone che in gara riescono a tirare fuori il meglio di sé, mentre altri no? Hai mai avuto la sensazione di non aver dato il massimo? Io sì, facevo parte del primo gruppo, di quelli costantemente insoddisfatti, condizionati dalla tensione, incapaci di dare il meglio. Per questo motivo decisi di cambiare, avrei dovuto diventare il motivatore di me stesso, capace di tirare fuori il meglio, o se possibile, anche più di quello che avevo dentro. Ci ho messo tempo, sconfitte, errori, ma ho trovato la quadra e ti darò alcune dritte importanti che potranno aiutarti parecchio.

Adesso ti starai chiedendo chi sono per parlarti in questo modo: non sono né Massimiliano Rosolino né Federica Pellegrini ma giuro che il metodo aiuta parecchio. Ne hai uno tuo che funziona?? Ok! Perfetto! Se ti trovi bene non hai motivo di cambiare e probabilmente non hai bisogno di questo articolo, ma se invece hai voglia di conoscere il mio, non ti prometto che vincerai sempre (sarei un campione olimpico) ma di sicuro prenderai man mano coscienza delle tue forze e imparerai ad ottimizzare le energie, scavare il fondo anche quando sono veramente ridotte al lumicino.

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Piccola premessa. Ho fatto 20 anni di nuoto finché non mi sono infortunato ad una spalla, iniziai a 5 anni ma a gareggiare a 7 e ti giuro, non ho mai vissuto una gara senza tensione. Dai regionali, ai categoria agli assoluti, agli europei, anche in età adulta non c’era manifestazione che non mi provocasse tensione e coliti a gogo (master compresi).

Ti racconto l’episodio chiave, quello che mi ha aperto gli occhi: avevo 18 anni, ero nel pieno del mio splendore agonistico, andai a Roma per una gara con la scuola (era a Villa Flaminia se ricordo bene). Ebbene in quella gara non avrei mai potuto perdere, ero campione italiano di categoria in carica ma, nonostante tutto, avevo paura! C’era un tizio (il vincitore dell’edizione precedente) che aveva un tifo assordante, mai sentito prima di allora, con trombe, bandiere, striscioni. Io avevo solo mia madre sugli spalti e, tra l’altro, non ero per niente in forma, anzi ero sotto carichi di lavoro massacranti e me la facevo sotto dalla paura. Si, hai capito bene! Avevo paura di uno sconosciuto!

Fu allora che capii che non potevo continuare così, fu allora che presi la decisione che non avrei più sofferto. Ero determinato, dovevo trasformare quella paura che mi assaliva, in energia positiva. Da allora pian piano iniziai a sviluppare il mio metodo (che negli anni si è affinato). P.S. Quella gara poi l’ho vinta con 25 mt di vantaggio sui 100 delfino con tanto di ovazione finale del pubblico dell’avversario (hai presente la scena finale di Rocky 4°? ecco…) Bando alle ciance, sei pronto per passare alla pratica? Allora procediamo per punti:

#1 – La musica

Ognuno ha la sua playlist ovviamente, tu scegli quella che più ti carica. Io ho gli evergreen di Rocky IV  “Training Montage”, “Final Fight” (la più gasante di tutte), “Hearts on fire”, “Going the distance” (detta Adriana), quest’ultima all’arrivo ai blocchi tassativa perché mi provoca le lacrime (si le lacrime di rabbia tipo occhi della tigre) fondamentali prima di partire. Altri pezzi per riempire (Nickelback, Europe, Robert Miles, U2 etc) e che servono a tenere alta la tensione, mi tengono compagnia durante lo stretching (vai al punto 5). In ogni caso la cassetta del mio walkman (giusto per farti capire di quanto tempo fa parliamo) si basava sulle prime, quelle gasanti, che mi sparavo nei minuti immediatamente precedenti (vedi il punto 6). Ovviamente avevo una riserva di Duracell da fare impallidire il mio tabaccaio

# 2 – I riti scaramantici

Anche in questo caso, ogni atleta ha i suoi riti. I miei partivano sin dal mattino, nel preparare lo zaino con cura, mettevo OVVIAMENTE la mia cuffia fortunata (era conciata male ma l’avevo riparata col silicone , perché avevo ancora i capelli) occhialini svedesi (quelli regolati solo per la gara e che non usavo mai perché strettissimi da calco nel bulbo oculare) – Ah, una particolarità: io indossavo due cuffie, una in stoffa (sotto) e una in silicone (sopra) poi mettevo gli occhialini nel mezzo così da tenere ben saldo l’elastico una volta regolato. Dovevo sentire la testa strettissima al punto da scoppiare (a meno che non facessi i 1500 ovviamente), tanto in gara sarei stato desensibilizzato e dovevo essere sicuro che in partenza non si sarebbe mossa di un millimetro.

# 3 – Il riscaldamento in acqua

Era la fase di confidenza, era un continuo visualizzare la gara (se ne erano due, le visualizzavo entrambe, a turno). Provavo a sentire l’acqua tra le dita, sui polpastrelli, sotto gli avambracci e nelle prime bracciate cercavo di scaricare la tensione che durante la notte (si dormivo poco) avevo accumulato. Se le sensazioni erano già positive, tutto sarebbe stato più facile, entrare nel clima era una passeggiata perché la motivazione veniva di conseguenza, ma se (purtroppo sovente) mi sentivo un macigno, allora l’unico modo di non lasciarsi condizionare, era quello di svuotare la mente e svolgere gli esercizi in maniera fredda e asettica, perché sapevo già che ci avrei lavorato dopo, a secco.

Nota importante: durante il riscaldamento in acqua, la vasca, seppure piena come un uovo, per me era come vuota. Nuotavo sopra gli altri, per me non c’erano ostacoli. Sapevo sarei risultato odioso ma è una battaglia all’ultimo sangue, è la legge del mare, pesce grande mangia pesce piccolo! Se sei debole ti nuotano addosso, se sei forte lo fai tu. Anche in virata, se gli altri non mi facevano spazio, poco male, gli avrei virato addosso comunque. Ricorda, non ce n’è per nessuno, gli altri se la devono piangere da soli, fa parte del gioco.

# 4 – La preparazione post riscaldamento

Dopo il riscaldamento, soprattutto se in acqua non era andata bene, si lavorava a mandare via le sensazioni negative. In ogni caso, mi ritiravo sempre e comunque prima negli spogliatoi (mai cambiato sugli spalti o sul bordo vasca), non davo confidenza più a nessuno. Questo è ovviamente soggettivo, dipende dal carattere di ognuno di noi, io sono un orso e non davo a parlare nemmeno ai miei genitori (sempre presenti!). Il mio allenatore mi dedicava giusto due parole perché sapeva benissimo che a quel punto c’era ben poco da fare con me.

Il mio viso non conosceva sorrisi, anzi, se qualcuno tra i miei compagni dovesse per caso ricordare di averne ricevuti alcuni, vi assicuro che era una smorfia, una paresi, non ne sarei stato capace. Come abbigliamento, io indossavo calzerotti per tenere i piedi caldi, pantaloni lunghi della tuta (o short d’estate), maglia lunga (sempre), tuta o felpa (d’inverno), perché avevo bisogno di sentire il calore sulla pelle in ogni parte del corpo, polpastrelli compresi. In ogni caso è necessario che tu trovi il “tuo” ambiente ideale, ognuno ha un suo rituale, l’importante è che ti faccia sentire a tuo agio.

# 5 – La fase più importante: lo stretching

Seppur la mia gara fosse arrivata molte ore dopo il riscaldamento io, con calma mi cercavo il mio angolo, riponevo i miei due teli a terra (uno come materasso e uno arrotolato come cuscino). Mi preparavo sin da subito a fare stretching (soprattutto in caso di sensazioni negative nel riscaldamento, mi serviva a rilassare i muscoli e ad ossigenarli). Di lì alla gara avrei alternato stretching a momenti disteso con le gambe poggiate al muro e la testa sul telo/cuscino.

Importante, chiunque tu sia, lo stretching devi farlo sempre e il più a lungo possibile, perché tiene i muscoli elastici, ossigenati, caldi, pronti e ti evita infortuni. Ogni tanto, giusto per riattivare e non entrare troppo in tensione, camminavo, andavo al bar (caffè fondamentale), a prendere aria (alle volte in piscina non si respira) molto spesso in bagno (ahimè). In ogni caso sapevo sarei rientrato presto nel mio angolo per riprendere lo stretching e non rischiare di dover parlare con qualcuno, ero già in trans gara.

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Ovviamente se c’è possibilità di un secondo riscaldamento (quando ci sono due vasche a disposizione) qualcuno approfitta per “sciogliere” la tensione, ma solo se il tempo tra riscaldamento e gare è molto lungo (oltre le 3 ore per me). Io preferivo evitare, quando possibile, ma è chiaramente una cosa personale, temevo di condizionarmi in ogni caso. Io confidavo molto più nell’adrenalina della gara che, sapevo, con le visualizzazioni su cui stavo già lavorando, sarebbe man mano salita. Iniziavo già ad ascoltare la voce dello starter nelle gare degli altri, a studiare i suoi tempi. Doveva essere un lento avvicinamento, ascoltare fino a diventare una belva che non vede l’ora di entrare nell’arena.

E’ importante non tralasciare nulla, vivere già le fasi di gara: immagina il tuffo, ovviamente perfetto, il corpo raggrupparsi e poi distendersi subito dopo la tromba; senti l’acqua addosso, vivi il colpo di gambe sott’acqua, l’uscita perfetta e la prima bracciata nel momento giusto, deve essere forte, poderosa in crescendo e costante. Togli dalla testa tutti i pensieri negativi (sono come le erbacce, non devono prendere piede) e alimenta quelle positive con la visualizzazione della gara perfetta. Vivi le virate, tutte impeccabili, con l’arrivo giusto al bordo e la spinta vigorosa, veloce e precisa che ti consenta di ripartire di nuovo con la stessa forza e più di prima, il corpo esegue ciò che la mente immagina, sempre. Questo è il tuo film, fino all’arrivo.

# 6 –  La camera di chiamata

30 minuti prima io ero già nei pressi della camera di chiamata, come un animale gira attorno alle sue vittime, iniziavo a fare saliva per gli occhialini. Ripercorrevo gli ultimi dettagli della gara vissuta più volte prima e mi tenevo caldo con lo stretching, ora più soft. Ormai era un simulare la bracciata perché sapevo già tutto. Cuffiette sempre nelle orecchie, di lì a 10-15 minuti dalla partenza avrei dovuto buttare dentro i pezzi più gasanti (torna al punto 1).

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Ripeto, mai e poi mai pensare alla fatica, al dolore o all’errore, perché ciò che visualizzi vedi, ciò che senti, vivi. Le visualizzazioni di gara avute prima ti devono dare quella certezza che nel momento in cui inizierai a sentire la fatica avrai già pronta un’energia di riserva, un’arma segreta che solo tu hai e che ti darà quello spunto che non ti farà sentire il dolore. In questi ultimi 10 minuti puoi costruire o distruggere una gara (è ovvio che se non ti sei allenato non puoi fare miracoli ma in ogni caso, se pensi male, andrà ancora peggio di quanto pensi). Un piccolo dettaglio: io mi passavo una lametta sul palmo delle mani, molto piano, sfiorandolo come se volessi far la barba, fino al limite del polpastrello, perché mi aumentava la sensibilità all’acqua (ma fai piano se non vuoi entrare con una emorragia in corso o con le mani rosso fuoco).

# 7 – La chiamata

Sei lì, ormai è la tua gara. Il giudice prende i cartellini ed inizia a chiamare, arriva il tuo nome, tu alzi la mano perché dalla bocca non esce nulla, hai già le due cuffie con gli occhialini che stai posizionando alla perfezione, maniacale. Ci hai talmente sputato dentro che si appanneranno probabilmente quelli degli altri, ma i tuoi mai. Sono stretti, strettissimi, li senti che scavano l’occhio, ma quella stretta è la tua forza, come la cuffia che ti abbraccia perfettamente tutto il cranio. Sei in fila e ti avvii alla sedia, gli altri gareggiano e vedi ciò che sarà quando tu sarai dentro. Non guardare nessuno, non incrociare sguardi, non esiste altro, non guardare i tempi sul tabellone, ci sei solo tu, dentro la tua musica e con la rabbia negli occhi, un animale che aspetta solo che il giudice inizi a fischiare per essere liberato.

# 8 – Ai blocchi di partenza

Il giudice ti ha detto di prepararti, hai appena tolto le cuffie e senti la realtà dei rumori, la musica ora ce l’hai dentro. Avanti a te un blocco e la tua “T” blu. Ultimi controlli agli occhialini, la cuffia se ha troppe grinze, l’aggiusti comunque bene dietro la nuca, tiri il costume negli elastici, le mani in acqua, sul viso, la testa, l’addome, sul blocco, il palmo sulla superficie ruvida e l’ultimo test se tutto è come deve essere, poi il piede sul muretto e l’ultima occhiata al giudice. Dopo il fischio lungo, sali sul blocco (o giù in acqua), sei nel silenzio, è quello l’attimo che hai visto milioni di volte nei mesi addietro, ora apriranno la gabbia in cui sei rimasto chiuso sino ad allora “a posto – bip”

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Il solo riviverlo mi fa venire voglia di gareggiare, e tu hai immaginato? Bene. Ti sei ritrovato? Meglio, perché se è così anche per te, sono contento, e se ti va condividi questo articolo.

Mi raccomando, insisto, quando pensi alla gara (ai punti 4 e 5) non perderti un solo particolare, non devi farti trovare impreparato da ciò che proverai studia bene i tempi del giudice di partenza, per capire come anticipare al massimo la reazione: non c’è storia, hanno tutti un loro metodo, basta soltanto capirlo e guadagni decimi preziosi!

In bocca al lupo e che viva il più a lungo possibile!

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